Recensione di Bogancloch: un documentario ipnotico che invita alla contemplazione e sfugge alla comprensione.

Recensione di Bogancloch: un documentario ipnotico che invita alla contemplazione e sfugge alla comprensione.

      Nota: Questa recensione è stata originariamente pubblicata come parte della nostra copertura del Locarno 2024. Bogancloch arriva nei cinema il 3 ottobre.

      «O Dio, potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e considerarmi re di uno spazio infinito.»

      Amleto – Atto II, scena ii

      Come il miglior cinema – o, almeno, il tipo a cui rispondo più appassionatamente – i film di Ben Rivers ci immergono in storie che non sono tanto interessate a risolvere enigmi quanto a farci godere di essi. Dire che in Bogancloch succede ben poco – un seguito al debutto in lungometraggio del regista del 2011, Two Years at Sea – è sia tecnicamente corretto sia frustrantemente riduttivo. Per poco meno di 90 minuti, l’ultimo lavoro di Rivers segue un uomo anziano mentre trascorre una vita di autosussistenza nel cuore del bosco – tutto ciò che facciamo è osservarlo mentre si lava, cucina, cammina, caccia e dorme.

      Si chiama Jake Williams, un musicista scozzese che vive in questo angolo remoto dell’Aberdeenshire da decenni, e che Rivers aveva già immortalato nel suo cortometraggio del 2007 This Is My Land e poi di nuovo in Two Years at Sea. Non è necessario aver visto nessuno dei due per seguire l’azione qui – non perché in Bogancloch non ci sia azione, ma perché raccontare i fatti non è il tipo di esercizio che interessa a Rivers. Bogancloch è così parsimonioso di informazioni contestuali da acquisire una qualità quasi universale e senza tempo. Il nome di Jake non viene mai pronunciato, né quello della sua casa rustica, che dà il titolo al film. Se non fosse per un canto attorno al fuoco di una vecchia ballata scozzese di Hamish Henderson, “The Flyting o’ Life and Daith”, non si capirebbe nemmeno in quale parte del mondo si trovi quel bosco isolato.

      Questo perché Bogancloch abbandona tutte le richieste più basilari della narrazione convenzionale; invita alla contemplazione più che alla comprensione. L’obiettivo di Rivers non è placare la tua curiosità tanto quanto alimentarla, e in un’epoca in cui i film che rifiutano di imboccare lo spettatore o di collegare i puntini sono considerati irrimediabilmente pretenziosi, il suo approccio ha qualcosa di quasi sovversivo. Jake è un eremita, e la sua esistenza rimane adeguatamente ermetica. Lasciamo questo ritratto pastorale senza alcuna idea precisa di chi sia veramente, di chi fosse, di cosa lo abbia spinto ad abbandonare la civiltà e a cercare rifugio in un cottage avvolto da edera e pini. Il che non vuol dire che il film non ci dica nulla su di lui, solo che i pochi indizi che ci vengono dati non si incastrano ordinatamente come pezzi di un puzzle; ogni piccolo segreto o retroterra a cui Rivers accenna ne dispiega un altro, come i petali di un fiore.

      Intervallati in questa cronaca della vita sedentaria di Jake ci sono tracce di un passato più nomade; volta dopo volta, lo schermo si oscura per un secondo o due prima di riaprirsi su alcune fotografie consumate di città soleggiate e strade sabbiose. Ne ho contate otto, ciascuna progressivamente più astratta dell’altra, con vesciche e graffi che trasformano edifici e autostrade in visioni infernali degne di un dipinto di Francis Bacon. Una di esse mostra un cartello stradale che indica Dubai; è la sola coordinata geografica chiara in un film che altrimenti esiste in un limbo spazio-temporale. Posso solo dedurre che questi fermo-immagine siano istantanee dei vecchi viaggi di Jake nel mondo – in una di esse lo si vede seduto su un marciapiede, considerevolmente più giovane. Non so chi l’abbia scattata, né quando, né esattamente dove. Né conosco il legame tra l’uomo e le canzoni – tutte in arabo – che emergono da vecchie cassette che mette durante le faccende.

      Bogancloch può essere un film molto laconico, ma non è silenzioso. La musica gioca un ruolo di primo piano, sia nelle nastri malinconici che nella melodia di Henderson intonata attorno al fuoco o nelle poche altre che Jake canticchia ogni tanto – incluso l’intramontabile “Blue Skies” di Irving Berlin. Ma sono i suoni diegetici che provengono dal cottage e dal bosco circostante a occupare il centro della scena. In un film così sensibile alle texture della vita di Jake – non uno studio di un personaggio ma uno studio su un personaggio e sul suo rapporto con il mondo che abita – i rumori che si sollevano come moti di polvere dalla sua casa e dal verde circostante si combinano in una sinfonia che eleva l’intero viaggio a una dimensione celeste.

      In un bellissimo saggio per l’edizione home video di Two Years at Sea della Cinema Guild, Dennis Lim notava che è difficile dire se i mondi reclusi in cui Rivers ama invitarci siano post-apocalittici o prelapsariani, se i personaggi stiano aspettando la caduta o l’abbiano già attraversata; “la distopia di uno può benissimo essere l’utopia di un altro”. Così è per Bogancloch. Fino a quando Rivers non indirizza la sua macchina su un gruppo di escursionisti, si potrebbe avere l’impressione che Jake sia l’unico essere umano rimasto sulla Terra. Ma non c’è nulla di spettrale o minaccioso nella sua auto-reclusione. L’atmosfera qui non è mai funerea, ma edificante, quasi giubilante; persino la canzone di Berlin amplifica questo sentimento, il suo primo verso allegro recita “Blue skies, smilin’ at me / Nothin’ but blue skies do I see.”

      Jake non è un uomo sopravvissuto all’Armageddon, ma sembra aver instaurato un rapporto più sano con l’universo che lo circonda. E celebrando un modo di vivere ridotto al minimo indispensabile, Rivers celebra anche un approccio più elementare al cinema, ferocemente impermeabile alle esigenze della narrazione tradizionale e completamente aperto al tipo di meraviglie che normalmente resterebbero invisibili. Con la sua capacità di strappare beatitudine e bellezza alle routine più banali, il film si avvicina a qualcosa di simile a quella che Herzog definì una “verità estatica” – quel tipo di verità misteriosa ed elusiva che può essere raggiunta solo attraverso l’immaginazione. Quando Bogancloch si chiude con uno ipnotico piano dall’alto, la camera che si eleva verso il cielo e riduce Jake e la sua casa a puntini infinitesimali, questo angolino delle Highlands è diventato un’immensa distesa, questo solitario dalla capigliatura arruffata un re di spazio infinito.

      Bogancloch ha avuto la prima al Locarno Film Festival 2024.

      Voto: B+

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